Articoli e testimonianze

1. Articoli

2. Serate informative

3. Testimonianze personali

 

1. Articoli

La difficoltà a focalizzare e il bisogno di muoversi

I bambini sono e devono essere vivaci, si esprimono anche con il movimento e l’attività del corpo. Però non sempre il movimento è segno di benessere e salute. Alcuni bambini non riescono a tenere a freno la loro esuberanza perché soffrono di un disturbo classificato con una sigla in inglese: ADHD. Tradotta significa: “disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività.” Per chi non è affetto da questo problema è difficile immedesimarsi e capire la situazione di questi ragazzi. Non riescono a concentrarsi su qualcosa se non per pochissimo tempo, continui stimoli richiamano la loro attenzione contemporaneamente, sentono un bisogno di muoversi irresistibile. Rivolgere uno sguardo attento a una sola cosa stando fermi è per loro, nella maggior parte dei casi, semplicemente impossibile. […]

La difficoltà a focalizzare una cosa dopo l’altra e il bisogno perenne di muoversi sfociano in una grande sofferenza, sia per il bambino che è colpito da questo disturbo che per la famiglia o la classe scolastica in cui è inserito. Continui richiami, rimproveri, sgridate accompagnano la vita di questi ragazzi. […]

Il senso di fallimento dilaga su tutti i membri della famiglia, alimentando il circolo vizioso di insoddisfazione e inadeguatezza. Come se ciò non bastasse, l’ADHD è spesso associato ad altre difficoltà, per esempio di lettura oppure di calcolo. Questo complica l’attività in classe e rende il successo scolastico ancora più irraggiungibile.[…]

È possibile trattare con successo l’ADHD. Tuttavia, come sempre quando i disturbi coinvolgono vari aspetti di una persona, non ci sono soluzioni immediate e semplici. All’attenta analisi dei vari aspetti del disturbo di un ragazzo o di una ragazza segue un piano terapeutico articolato che coinvolge non solo chi è colpito dall’ADHD, ma anche le persone che ne condividono la vita, prima di tutto la famiglia e la scuola. […]

Valdo Pezzoli
Primario del reparto di Pediatria dell’Ospedale regionale di Lugano

 

2. Serate informative

27 maggio 2019, serata a Chiasso, conferenza con Elena Poletto, esperta in ADHD e parent training.

Intorno all’ADHD ci sono molti pregiudizi, uno fra tanti è che si tratti di pigrizia o maleducazione. L’ADHD è un disturbo dell’autoregolazione e delle funzioni esecutive. È fisiologico e biologico ed è dovuto a una predisposizione congenita.

L’ultima edizione del manuale diagnostico lo ha inserito nei disturbi del neurosviluppo, in quanto riguarda alcune aree del cervello che si sviluppano in ritardo rispetto ad altre. Ciò determina difficoltà attentive, ossia tempi attentivi immaturi. Assieme alle difficoltà di attenzione si può manifestare iperattività motoria o mentale oppure un’eccessiva impulsività: sebbene tranquillo, il ragazzo ha mille idee che gli frullano nella mente oppure ha difficoltà a trattenere gli impulsi, quali quelli di interrompere i compagni, chiacchierare di continuo, ecc..

Si parla di ADHD quando le difficoltà vengono registrate da lungo tempo e in diverse situazioni. L’ambiente influisce sulla sua manifestazione, nel senso che l’educazione e l’accoglienza del ragazzo ADHD da parte dell’ambiente circostante (scuola e famiglia) può avere un impatto sul modo di manifestarsi, ma non è la causa.

Dal 3 al 7 per cento della popolazione è ADHD, significa che almeno un alunno per classe ha l’ADHD. Il 40 % dei casi di ADHD evolve positivamente, perciò i sintomi primari scompaiono. Gli ADHD, nella vita scolastica, corrono un maggior rischio di abbandono e bocciatura. Nel mondo del lavoro rischiano più facilmente il licenziamento. Possono inoltre rischiare più degli altri di avere incidenti in automobile; hanno spesso una sessualità più precoce con cambi frequenti di partner.

È importante trattare l’ADHD affinché evolva nel miglior modo possibile. Il trattamento varia da bambino a bambino e dev’essere fatto ad hoc nonché adattato nel tempo. In genere è sia psicologico sia farmacologico. Il trattamento psicologico è rivolto ai bambini ma anche ai genitori e alla scuola.

ALCUNI PRINICIPI FONDAMENTALI

1) l’ADHD è una disabilità e va trattata. Il punto di partenza è questo! Non ci si può aspettare che il ragazzo funzioni come si vorrebbe. 2) L’ADHD non ha consapevolezza di sé, perciò lo si deve aiutare ad osservarsi ad es. con tabelloni di monitoraggio. 3) L’ADHD non inibisce le risposte: si possono in tal caso concordare dei segnali che indicano di bloccare un impulso.  

4) Spesso chi ha l’ADHD presenta un deficit della memoria di lavoro: ossia fa fatica a ricordarsi che cosa si fa e come si fa a risolvere un’attività, un compito, un esercizio. È utile aiutare il bambino/ragazzo ADHD con liste, ecc…

5) L’ADHD non è capace di auto motivarsi. La motivazione DEVE essere esterna, ossia con piccole gratificazioni immediate, che devono variare. Questi bambini ne hanno la necessità. 6) L’ADHD presenta un deficit della regolazione emotiva. Gli ADHD vivono le emozioni con maggiore intensità. Per aiutarli è utile creare delle autoistruzioni o filastrocche (ora conto fino a 10 e mi calmo, ecc.) oppure trovare uno spazio tranquillo affinché si calmino. 7) Deficit di problem solving: le modalità di risoluzione dei problemi negli ADHD è compromessa. Aiutare le capacità di problem solving con il gioco.

A volte all’ADHD sono associati altri disturbi. Uno tra questi può essere il DOP. Esiste una predisposizione anche al DOP.

Il DOP (disturbo oppositivo provocatorio) è una modalità di relazione ostile e provocatoria. Spesso insorge assieme all’ADHD in quanto gli ADHD sperimentano maggiore frustrazione, insuccesso ed esperienze di esclusione. Quando si nota un DOP è importante farsi aiutare. L’ambiente, cioè la famiglia, può fare tantissimo per aiutare un bambino/ragazzo con DOP e per far regredire il disturbo. A tal fine, appena si notano i sintomi, farsi aiutare da un esperto, uno psicologo.

 

7 maggio 2019, serata a Viganello: relatore dott. Michela Mattia, alcuni punti salienti

1/3 degli adolescenti soffre d’ansia. La paura maggiore è lo sguardo degli altri. L’ansia può rendere un ragazzo incapace di affrontare delle prove. Le neuroscienze dicono che l’ansia è ereditaria; può anche essere provocata dall’ambiente (cioè dai genitori che mettono i figli troppo sottopressione ). La pressione è positiva se sollecita in modo positivo i ragazzi a lavorare; è negativa e controproducente se crea nel ragazzo ansia e malessere.

È importante affrontare l’ansia con un medico quando questa comincia a “rallentare” il ragazzo nel suo funzionamento o quando è disabilitante (resistenza ad andare a scuola, mal di testa, difficoltà nel conoscere nuove persone,…). Un po’ d’ansia, tutti la provano. In adolescenza è normale essere ansiosi, quando però l’ansia non fa funzionare bene il ragazzo e non è occasionale, va presa sul serio. Il rischio è quello di sviluppare una depressione da adulti.

I disturbi spesso si sovrappongono. All’ADHD si sovrappongono spesso altre diagnosi: ad esempio quella di DSA o di DOP (disturbo oppositivo provocatorio), che non è la stessa cosa. Le componenti dell’ADHD sono DISATTENZIONE,  IPERATTIVITÀ (motoria o mentale, disordine mentale) e IMPULSIVITÀ, nel DOP la caratteristica è l’OPPOSIZIONE e/o la PROVOCAZIONE. Un esempio di DOP: il bambino che parte come una scintilla, cioè che non blocca lo stimolo di picchiare se è provocato o se la situazione non gli piace e non va come vuole lui. Gli indizi di ADHD sono osservabili anche molto presto, già nel bambino piccolo, quelli di DOP non sempre, spesso insorgono più tardi.

Il 4,4% della popolazione europea ha l’ADHD. In Ticino l’ADHD è sottodiagnosticato. Se ne parla pochissimo. Rare sono le serate sul tema. Ci sono ancora molte persone che non credono alla sua esistenza o che non lo prendono sul serio, perfino pediatri. L’ADHD era però già stato scoperto nel 1775; non è un’invenzione delle industrie farmaceutiche. È un disturbo che ha origine nel cervello, perciò il farmaco assieme alla psicoterapia o all’ergoterapia è la terapia adeguata. Se la diagnosi è corretta il farmaco sortisce l’effetto atteso e subito; se la diagnosi non è corretta, non funziona e si riscontrano molti problemi. Il farmaco non crea dipendenza, si può prendere e togliere senza problemi. Addirittura alcuni adulti lo possono prendere solo sul bisogno.  Va però dato solo in caso di ADHD perché non tratta altri disturbi, è uno stimolante che permette di essere più concentrati. Ad esempio non va dato ad una persona con disturbo bipolare. I problemi di umore si regolano con dei regolatori dell’umore e non con degli psicostimolanti. Il dosaggio è 1 gr. di metilfenidato per un chilo di peso. Se una persona – e non il medico – chiede dosi sempre maggiori, bisogna valutare molti aspetti, è un campanello d’allarme. Si deve valutare se la diagnosi è corretta; se non vi sono comorbidità; se il farmaco è davvero adatto a quella persona o se vi sono dipendenze da droghe

L’ADHD va preso sul serio e diagnosticato da una persona competenze, capace di diagnosticarlo. Un bambino o un ragazzo non diagnosticato e non trattato può riscontrare molti problemi da adulto (dipendenze, difficoltà sul lavoro, ecc.). Anche gli adulti possono essere diagnosticati e aiutati. Ci sono persone e forme di deficit dell’attenzione che passano inosservate: il deficit dell’attenzione senza iperattività; coloro che sono colpiti da iperattività mentale ma non motoria così come gli ADHD ad alto funzionamento, cioè gli ADHD che compensano il disturbo finché ricevono molti stimoli. Queste persone nel lavoro sono molto performanti – molti manager ad esempio lo sono – ma lo sono finché ricevono continuamente degli stimoli, appena questi cessano, si annoiano perché non sanno come gestire i tempi morti; non sanno come darsi una struttura rischiando di cadere nelle dipendenze.

Chi soffre di ADHD e non è trattato può cadere nella tentazione dell’alcool o delle droghe, specialmente di abuso di cocaina, che permette di essere più concentrati. Gli stimolanti (metilfenidato) riducono drasticamente questo rischio.

Sia i disturbi d’ansia sia l’ADHD possono incidere negativamente sui risultati scolastici, che spesso non corrispondono al reale potenziale della persona. Spesso gli ADHD sono persone molto intelligenti ma la maggior parte di loro non riesce a sfruttare il proprio potenziale, ciò causa frustrazione, sofferenza, ricadute nell’autostima e ulteriori rischi per la salute (depressione, ansia,…). La diagnosi, nella maggior parte dei casi, migliora l’autostima; permette di riprendere fiducia in se stessi e di capire come si funziona e per quale ragione.

3. Testimonianze personali

Storie di dislessia e adhd

TRA DISLESSIA E DIFFICOLTÀ PERSONALI

https://un-libro-sul-comodino.blogspot.ch/2017/11/recensione-come-ho-smesso-di-sognare-e-ho-iniziato-a-fare-di-titta-spinelli.html?spref=fb

Cover art

 Trama

Si parla di me, di questa ragazza che si è sentita fragile e non compresa per il suo problema della dislessia.
Di come poi negli anni questo dolore le è stato versato addosso è gli ha causato vari problemi:
Come l’ansia, come darsi sempre per scontata, e come mettere in dubbio ogni cosa.
Ma imparare a crescere è il primo passo per guarire, non si parla solo della dislessia ma dei pensieri di una adolescente che si è sentita esclusa, si parla di tante cose.
Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo simili ognuno di noi, finché c’è un cuore che batte e proviamo amore verso qualcuno siamo simili, finché c’è questa fragilità che abbiamo siamo umani.
Sono del parere che noi umani ci nutriamo di emozioni e se questa lettura vi darà ciò, significa che ho vinto.

 

Ora so

Estate 2017. G. ora ha 10 anni. Secondogenita di tre figli. Abbiamo capito che G. aveva qualcosa di particolare quando era molto piccola. La nonna materna infatti si era accorta che G. non riusciva a distinguere i colori. All’inizio pensammo fosse daltonica. In seguito capimmo che non riusciva a collegare il nome del colore al colore corrispondente. In seconda elementare mi accorsi che G. faceva moltissima fatica a leggere e a scrivere. Non avanzava a passo spedito come suo fratello maggiore. Era inoltre molto lenta in generale nello svolgimento di ogni tipo di attività, sia scolastica che non, come vestirsi, lavarsi i denti, mangiare. Lei faceva sempre tutto con molta lentezza e a volte sembrava perdersi nei suoi pensieri. Noi in casa dicevamo che andava in stand by come il papà (infatti anche mio marito è sicuramente dislessico, anche se ai suoi tempi si usava il termine stupido…). Il primo passo è stato parlarne con il nostro pediatra. Lui ci ha segnalato il servizio di logopedia all’EOC di Bellinzona e io ho preso privatamente un primo appuntamento. La logopedista ha valutato G. in tre occasioni diverse e alla fine ci ha consegnato un rapporto in cui diceva di aver visto dei segnali che lasciavano pensare alla dislessia. Ci ha raccomandato un la logopedia a livello scolastico e ha scritto alla maestra per avere alcuni accorgimenti speciali con G., come ad esempio: non bastava dirle a voce quali compiti doveva fare a casa e per quando erano da consegnare ma doveva scrivere un biglietto perché lei se lo potesse ricordare. A scuola è stata da subito seguita molto bene. Anche la maestra si era accorta dei problemi di G. e mi aveva contattata per propormi il sostegno mentre noi avevamo iniziato l’iter privatamente. G. ha iniziato ad avere appuntamenti regolari, settimanalmente, a scuola, con la logopedista scolastica. Al contempo è stata seguita dalla logopedista cantonale. All’inizio della quarta elementare si è esercitata con il Reader, su consiglio della logopedista cantonale. Il Reader è un programma pensato per i bambini dislessici. Permette di esercitare il cervello alla lettura ed è tarato con i tempi che sono risultati da test su ogni bambino. E’ personalizzato. TUTTI I GIORNI per tre mesi G. doveva leggere delle storie con questo software per  5 minuti sillabando e 5 minuti parola per parola. Ci è stato spiegato che i miglioramenti ci sarebbero stati sicuramente perché il cervello, allenandosi, avrebbe imparato ad essere più veloce. Infatti G. ha avuto dei miglioramenti nella lettura. Leggendo più velocemente il suo cervello assimilava l’informazione permettendole di capire il testo e ricordarlo. Al termine del programma di tre mesi sono stati rifatti i test dalla logopedista cantonale, che finalmente hanno confermato la diagnosi. G. è dislessica e disortografica. Ci è stato detto che grazie a questa diagnosi alle scuole medie avrà diritto a degli aiuti. Uno di questi aiuti sarà l’ipad. Con l’ipad potrà scansionare i testi che le daranno; l’ipad leggerà il testo per lei. Potrà dettare le risposte all’ipad, che le scriverà per lei. E potrà stampare il compito fatto per consegnarlo al maestro. Se non volesse utilizzare l’ipad, avrebbe diritto ad avere verifiche più corte rispetto ai compagni o a più tempo per lo svolgimento del compito. Durante gli anni in cui G. è stata seguita a scuola ho trovato molta collaborazione da parte delle maestre. E’ sempre stata stimolata e rispettata nelle sue difficoltà. L’ambiente in classe è sempre stato buono e i compagni conoscevano le sue difficoltà e l’hanno sempre aiutata nel bisogno. Non è mai stata presa in giro da nessuno. Questo lavoro di squadra e il carattere fantastico di G. (che conosce i suoi limiti ma non si abbatte mai, che dà sempre il massimo anche quando fa molta fatica, che resta sorridente gentile e positiva sempre) hanno fatto si che G. arrivasse serena alla diagnosi e che sia stata felice di riceverla. “Almeno mamma adesso so perché faccio così fatica!” mi ha detto quando le ho portato la diagnosi a casa.

(M. mamma di G.)

 

NOI E l’ADHD

Anni vissuti nell’ignoranza.

Sin da piccolo mio figlio Simone ha subito mostrato una grande esuberanza e un’irrequietezza motoria. Da bebé non sopportava di stare fermo nel lettino o nella culla. Si agitata e piangeva. Passava tante ore in braccio a guardare in giro. Appena è stato in grado, ha iniziato a gattonare. Aveva sei mesi. A dieci mesi ha iniziato a correre, sì a correre. Simone non da piccolo non camminava, correva a basta. Era impossibile farlo sedere per più di 5-10 minuti, neanche per mangiare. Subito si alzava e correva in giro per casa. A due anni i mobili si erano trasformati in montagne da scalare. Al parco giochi dovevo tenere gli occhi puntati su lui. Per strada dovevo tenerlo sempre per mano o poteva mettersi a correre senza guadare la strada.

All’asilo le maestre dicevano che era troppo agitato ed esuberante. Non stava seduto assieme agli altri bambini a cantare o a ripetere filastrocche. Disegnava poco e interrompeva spesso il lavoro. Gli altri bambini non lo volevano accanto perché era troppo agitato e avevano paura di essere travolti. Lo prendevano per una bambino che picchiava, anche se non era così. Simone non picchiava gli altri ma li travolgeva mentre correva in giro.

La sorellina più piccola di due anni in confronto era invece calmissima. Io non capivo come mai i due bambini erano così diversi. Su consiglio dell’educatrice dell’asilo, ho portato Simone da una psicologa che dopo avergli fatto alcuni test mi aveva detto che il bambino aveva una lieve carenza nel mantenere l’attenzione e aveva problemi comportamentali che secondo lei erano di natura psicologica, per questa ragione mi aveva consigliato ( a me) di fare della terapia. Sono quindi andata da una psicoterapeuta che ha insistito sul fatto che in famiglia dovevamo essere sempre coerenti nelle decisioni, mostrarci fermi, non essere in contrasto nella coppia e dare indicazioni precise e brevi. Abbiamo seguito tutte le indicazioni facendo molta attenzione a non contraddirci e ad essere sempre d’accordo sulle regole, tuttavia il bambino non migliorava, anzi una volta iniziata la scuola elementare la situazione era peggiorata perché il bambino, dal momento che non riusciva a stare fermo, disturbava i compagni che si lamentavano della sua irrequietezza e nessuno voleva essergli amico. Lui vedendo che non riusciva ad avere degli amici stava male e io soffrivo nel vederlo così. Mi sentivo sbagliata e impotente.

A quel punto ho iniziato a cercare informazioni in Internet e ho scoperto l’ADHD. Ho subito pensato che Simone potesse avere quello, anche perché la dottoressa aveva parlato di lieve carenza nell’attenzione, allora l’ho portato in un centro specializzato dove ha fatto altri test. Il risultato è stato proprio quello che pensavo: ADHD.

(Mamma di Simone)

 

Abbatteremo altri muri

Mi avvicino alla palestra felice. Ho appena concluso il colloquio con la maestra di Spartaco la quale mi ha decantato le sue qualità: il grado di maturità raggiunto, la voglia di riuscire malgrado la sua pesante dislessia; la sua curiosità e la sua sensibilità verso i problemi della società. Penso al primo colloquio svolto cinque anni prima con la stessa maestra in cui mi spiegava, preoccupata, che il bambino leggeva con grande fatica e piangeva o batteva i pugni sul banco, frustrato. Il più delle volte seguiva le lezioni a testa in giù, rotolando sulla sedia, eppure non sbagliava una risposta quando gli chiedeva un calcolo.

Da allora la lotta verso la conquista della lettura e di una migliore regolazione dell’attenzione come pure della capacità di autocontrollo non è mai finita. Mentre cammino verso la palestra, ripenso ai momenti difficili ma anche a ogni piccola vittoria; ai muri abbattuti: la maestra che vede le qualità e gli sforzi di Spartaco, i compagni che lo escludevano e che ora lo apprezzano, la medaglia nell’atletica e il sorriso tornato sulle labbra dopo tanti pianti.

Sono fiera di mio figlio. Ripenso alle terapie, alle ore perse per strada, agli sforzi compiuti a casa e a scuola, al percorso verso la diagnosi, lungo e frustrante. Ma ora sono felice. Cammino e mi avvicino all’istruttore che con un tono imperativo interrompe il mio flusso di pensieri: – Signora, non va. Faccia fare a suo figlio un altro sport, il calcio ad esempio! –

Allarmata interrogo subito l’istruttore: – Che cosa è successo? –

– Di tutto signora, oggi suo figlio non stava seduto in fila per più di cinque minuti. Era imprevedibile. Non ascoltava. Se ne andava in giro correndo per la palestra e arrampicandosi sulle spalliere -.

– Perché non mi avete chiamata per venire a prenderlo? –

– Ah? Avrei potuto chiamarla? –

– Ma certo, l’avrei portato via, non lascio un bambino con l’ADHD in quello stato -.

– Ah, ecco, sarebbe stato utile, ma comunque non va. Gli faccia smettere questo sport -.

– Perché è capitato altre volte? –

– A dire il vero solo oggi -.

– E le altre volte? –

– Sempre un po’ troppo vivace, ma solitamente quando viene richiamato, si calma. Oggi invece era impossibile. Comunque signora non va bene. Non voglio assumermi la responsabilità di tenere un bambino così, se può diventare così imprevedibile -.

– È un bambino con l’ADHD. La sera può fare fatica a tenere l’attenzione e a mantenere l’autocontrollo -.

– Sì, lo so, me lo aveva detto, ma io non sono uno psicologo. Magari se gli facesse prendere il medicamento anche la sera…-

“Il medicamento la sera? Come se fosse caramella o una camomilla? È solo un piccolo aiuto che serve per sostenere il bambino nel suo duro lavoro per imparare a gestire meglio i suoi disturbi. Una stampella affinché arrivi un giorno a camminare senza…

– Ho capito, grazie. Non verrà più, non si preoccupi, troverà un altro allenatore, un altro sport, ne abbiamo già trovato uno dove si trova bene. Farà solo quello. Grazie. -.

La felicità provata fino a qualche attimo fa svanisce in un colpo. Riaffiorano le preoccupazioni. Ancora una volta mi ritrovo di fronte ad un muro, alto e insormontabile.

– Vieni – dico a Spartaco, – adiamo a casa, dobbiamo parlare -.

“La lotta non è ancora finita, Spartaco” penso, cercando dentro di me le giuste parole per spiegargli quanto accaduto, “ma tu ce la farai, ne sono certa! Ce la faremo e abbatteremo altri muri”.

(D. T., mamma di Spartaco, nome di fantasia)

 

Mio figlio non è troppo vivace, mio figlio ha l’adhd

– Buongiorno signora, sono contenta di vederla. Speravo proprio di poterle parlare – attacca l’educatrice del nido appena mi vede – vede oggi Dante è più irrequieto del solito. Abbiamo dovuto adattare le attività del gruppo a lui.

– Oh -.

– Era previsto un lavoretto con colla e fogli colorati che non siamo riuscite a fare. Dante dopo cinque minuti smetteva, si alzava e iniziava a correre in giro. Non stava mai fermo e seduto al suo posto -.

– E che tipo di attività avete svolto? –

– Abbiamo giocato a cane e lupo… Vede il problema è che non si può modificare la pianificazione delle attività in funzione di suo figlio. Non si può solo correre. I bambini al nido devono poter svolgere anche delle attività pittoriche -.

– Capisco, il fatto è che il bambino non riesce a stare a lungo su un’attività tranquilla come il disegno, non c’è un’alternativa? –

– Io ho pensato di chiederle di lasciare suo figlio almeno un giorno in più al nido, così gli insegniamo le regole. Magari avendo più regole…

“Avendo più regole? Che cosa intende dire l’educatrice? Pensa forse che io non dia abbastanza limiti e regole a mio figlio?”

– Mio figlio ha regole e limiti, ma comunque non riesce a svolgere dei lavoretti al tavolino per più di cinque minuti… –

– Beh signora, lei a casa lo faccia disegnare tutti i giorni stando seduto al tavolino per dieci minuti e lo faccia rimanere un giorno in più al nido. È l’unica soluzione, altrimenti non posso più tenerlo e dovrà cambiare asilo nido -.

– Capisco, faremo come consiglia, non ho altra scelta -.

Questo è avvenuto quando Dante aveva tre anni. Questo è però solo uno dei tanti colloqui avuti con educatrici, mamme e perfino la mia stessa famiglia. Ogni volta la stessa cosa: il bambino è TROPPO: troppo vivace, troppo distratto, non adatto. “Con una migliore educazione, se gli togli gli zuccheri, fagli fare yoga, devi raddrizzarlo, quando una pianta cresce storta, rimane storta, fa apposta, è un furbetto” ognuno pensa di avere la soluzione giusta, il consiglio giusto, l’opinione giusta. Il bambino non è troppo vivace né fa apposta, non gli basta un po’ di yoga o togliergli gli zuccheri. Ha un disturbo, l’ADHD, è un bambino non controlla bene gli impulsi e non regola la sua attenzione. Questo accade quando si ha l’ADHD, non passa come una malattia… e io non sono una mamma che non sa educare suo figlio. Sono una mamma che lo segue e che quasi tutti i giorni lo porta dalla psicomotricista o dalla psicologa. Ora Dante ha sette anni e dopo tre anni e mezzo di terapie i risultati già si vedono, ma chiaramente resta un bambino che fa fatica a star fermo e che si distrae in continuazione.

(P., mamma di Dante, nome fittizio)