Testimonianze

Storie di dislessia e adhd

TRA DISLESSIA E DIFFICOLTÀ PERSONALI

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Cover art

 Trama

Si parla di me, di questa ragazza che si è sentita fragile e non compresa per il suo problema della dislessia.
Di come poi negli anni questo dolore le è stato versato addosso è gli ha causato vari problemi:
Come l’ansia, come darsi sempre per scontata, e come mettere in dubbio ogni cosa.
Ma imparare a crescere è il primo passo per guarire, non si parla solo della dislessia ma dei pensieri di una adolescente che si è sentita esclusa, si parla di tante cose.
Forse non ci rendiamo conto di quanto siamo simili ognuno di noi, finché c’è un cuore che batte e proviamo amore verso qualcuno siamo simili, finché c’è questa fragilità che abbiamo siamo umani.
Sono del parere che noi umani ci nutriamo di emozioni e se questa lettura vi darà ciò, significa che ho vinto.

 

Ora so

Estate 2017. G. ora ha 10 anni. Secondogenita di tre figli. Abbiamo capito che G. aveva qualcosa di particolare quando era molto piccola. La nonna materna infatti si era accorta che G. non riusciva a distinguere i colori. All’inizio pensammo fosse daltonica. In seguito capimmo che non riusciva a collegare il nome del colore al colore corrispondente. In seconda elementare mi accorsi che G. faceva moltissima fatica a leggere e a scrivere. Non avanzava a passo spedito come suo fratello maggiore. Era inoltre molto lenta in generale nello svolgimento di ogni tipo di attività, sia scolastica che non, come vestirsi, lavarsi i denti, mangiare. Lei faceva sempre tutto con molta lentezza e a volte sembrava perdersi nei suoi pensieri. Noi in casa dicevamo che andava in stand by come il papà (infatti anche mio marito è sicuramente dislessico, anche se ai suoi tempi si usava il termine stupido…). Il primo passo è stato parlarne con il nostro pediatra. Lui ci ha segnalato il servizio di logopedia all’EOC di Bellinzona e io ho preso privatamente un primo appuntamento. La logopedista ha valutato G. in tre occasioni diverse e alla fine ci ha consegnato un rapporto in cui diceva di aver visto dei segnali che lasciavano pensare alla dislessia. Ci ha raccomandato un la logopedia a livello scolastico e ha scritto alla maestra per avere alcuni accorgimenti speciali con G., come ad esempio: non bastava dirle a voce quali compiti doveva fare a casa e per quando erano da consegnare ma doveva scrivere un biglietto perché lei se lo potesse ricordare. A scuola è stata da subito seguita molto bene. Anche la maestra si era accorta dei problemi di G. e mi aveva contattata per propormi il sostegno mentre noi avevamo iniziato l’iter privatamente. G. ha iniziato ad avere appuntamenti regolari, settimanalmente, a scuola, con la logopedista scolastica. Al contempo è stata seguita dalla logopedista cantonale. All’inizio della quarta elementare si è esercitata con il Reader, su consiglio della logopedista cantonale. Il Reader è un programma pensato per i bambini dislessici. Permette di esercitare il cervello alla lettura ed è tarato con i tempi che sono risultati da test su ogni bambino. E’ personalizzato. TUTTI I GIORNI per tre mesi G. doveva leggere delle storie con questo software per  5 minuti sillabando e 5 minuti parola per parola. Ci è stato spiegato che i miglioramenti ci sarebbero stati sicuramente perché il cervello, allenandosi, avrebbe imparato ad essere più veloce. Infatti G. ha avuto dei miglioramenti nella lettura. Leggendo più velocemente il suo cervello assimilava l’informazione permettendole di capire il testo e ricordarlo. Al termine del programma di tre mesi sono stati rifatti i test dalla logopedista cantonale, che finalmente hanno confermato la diagnosi. G. è dislessica e disortografica. Ci è stato detto che grazie a questa diagnosi alle scuole medie avrà diritto a degli aiuti. Uno di questi aiuti sarà l’ipad. Con l’ipad potrà scansionare i testi che le daranno; l’ipad leggerà il testo per lei. Potrà dettare le risposte all’ipad, che le scriverà per lei. E potrà stampare il compito fatto per consegnarlo al maestro. Se non volesse utilizzare l’ipad, avrebbe diritto ad avere verifiche più corte rispetto ai compagni o a più tempo per lo svolgimento del compito. Durante gli anni in cui G. è stata seguita a scuola ho trovato molta collaborazione da parte delle maestre. E’ sempre stata stimolata e rispettata nelle sue difficoltà. L’ambiente in classe è sempre stato buono e i compagni conoscevano le sue difficoltà e l’hanno sempre aiutata nel bisogno. Non è mai stata presa in giro da nessuno. Questo lavoro di squadra e il carattere fantastico di G. (che conosce i suoi limiti ma non si abbatte mai, che dà sempre il massimo anche quando fa molta fatica, che resta sorridente gentile e positiva sempre) hanno fatto si che G. arrivasse serena alla diagnosi e che sia stata felice di riceverla. “Almeno mamma adesso so perché faccio così fatica!” mi ha detto quando le ho portato la diagnosi a casa.

(M. mamma di G.)

 

NOI E l’ADHD

Anni vissuti nell’ignoranza.

Sin da piccolo mio figlio Simone ha subito mostrato una grande esuberanza e un’irrequietezza motoria. Da bebé non sopportava di stare fermo nel lettino o nella culla. Si agitata e piangeva. Passava tante ore in braccio a guardare in giro. Appena è stato in grado, ha iniziato a gattonare. Aveva sei mesi. A dieci mesi ha iniziato a correre, sì a correre. Simone non da piccolo non camminava, correva a basta. Era impossibile farlo sedere per più di 5-10 minuti, neanche per mangiare. Subito si alzava e correva in giro per casa. A due anni i mobili si erano trasformati in montagne da scalare. Al parco giochi dovevo tenere gli occhi puntati su lui. Per strada dovevo tenerlo sempre per mano o poteva mettersi a correre senza guadare la strada.

All’asilo le maestre dicevano che era troppo agitato ed esuberante. Non stava seduto assieme agli altri bambini a cantare o a ripetere filastrocche. Disegnava poco e interrompeva spesso il lavoro. Gli altri bambini non lo volevano accanto perché era troppo agitato e avevano paura di essere travolti. Lo prendevano per una bambino che picchiava, anche se non era così. Simone non picchiava gli altri ma li travolgeva mentre correva in giro.

La sorellina più piccola di due anni in confronto era invece calmissima. Io non capivo come mai i due bambini erano così diversi. Su consiglio dell’educatrice dell’asilo, ho portato Simone da una psicologa che dopo avergli fatto alcuni test mi aveva detto che il bambino aveva una lieve carenza nel mantenere l’attenzione e aveva problemi comportamentali che secondo lei erano di natura psicologica, per questa ragione mi aveva consigliato ( a me) di fare della terapia. Sono quindi andata da una psicoterapeuta che ha insistito sul fatto che in famiglia dovevamo essere sempre coerenti nelle decisioni, mostrarci fermi, non essere in contrasto nella coppia e dare indicazioni precise e brevi. Abbiamo seguito tutte le indicazioni facendo molta attenzione a non contraddirci e ad essere sempre d’accordo sulle regole, tuttavia il bambino non migliorava, anzi una volta iniziata la scuola elementare la situazione era peggiorata perché il bambino, dal momento che non riusciva a stare fermo, disturbava i compagni che si lamentavano della sua irrequietezza e nessuno voleva essergli amico. Lui vedendo che non riusciva ad avere degli amici stava male e io soffrivo nel vederlo così. Mi sentivo sbagliata e impotente.

A quel punto ho iniziato a cercare informazioni in Internet e ho scoperto l’ADHD. Ho subito pensato che Simone potesse avere quello, anche perché la dottoressa aveva parlato di lieve carenza nell’attenzione, allora l’ho portato in un centro specializzato dove ha fatto altri test. Il risultato è stato proprio quello che pensavo: ADHD.

(Mamma di Simone)

 

Abbatteremo altri muri

Mi avvicino alla palestra felice. Ho appena concluso il colloquio con la maestra di Spartaco la quale mi ha decantato le sue qualità: il grado di maturità raggiunto, la voglia di riuscire malgrado la sua pesante dislessia; la sua curiosità e la sua sensibilità verso i problemi della società. Penso al primo colloquio svolto cinque anni prima con la stessa maestra in cui mi spiegava, preoccupata, che il bambino leggeva con grande fatica e piangeva o batteva i pugni sul banco, frustrato. Il più delle volte seguiva le lezioni a testa in giù, rotolando sulla sedia, eppure non sbagliava una risposta quando gli chiedeva un calcolo.

Da allora la lotta verso la conquista della lettura e di una migliore regolazione dell’attenzione come pure della capacità di autocontrollo non è mai finita. Mentre cammino verso la palestra, ripenso ai momenti difficili ma anche a ogni piccola vittoria; ai muri abbattuti: la maestra che vede le qualità e gli sforzi di Spartaco, i compagni che lo escludevano e che ora lo apprezzano, la medaglia nell’atletica e il sorriso tornato sulle labbra dopo tanti pianti.

Sono fiera di mio figlio. Ripenso alle terapie, alle ore perse per strada, agli sforzi compiuti a casa e a scuola, al percorso verso la diagnosi, lungo e frustrante. Ma ora sono felice. Cammino e mi avvicino all’istruttore che con un tono imperativo interrompe il mio flusso di pensieri: – Signora, non va. Faccia fare a suo figlio un altro sport, il calcio ad esempio! –

Allarmata interrogo subito l’istruttore: – Che cosa è successo? –

– Di tutto signora, oggi suo figlio non stava seduto in fila per più di cinque minuti. Era imprevedibile. Non ascoltava. Se ne andava in giro correndo per la palestra e arrampicandosi sulle spalliere -.

– Perché non mi avete chiamata per venire a prenderlo? –

– Ah? Avrei potuto chiamarla? –

– Ma certo, l’avrei portato via, non lascio un bambino con l’ADHD in quello stato -.

– Ah, ecco, sarebbe stato utile, ma comunque non va. Gli faccia smettere questo sport -.

– Perché è capitato altre volte? –

– A dire il vero solo oggi -.

– E le altre volte? –

– Sempre un po’ troppo vivace, ma solitamente quando viene richiamato, si calma. Oggi invece era impossibile. Comunque signora non va bene. Non voglio assumermi la responsabilità di tenere un bambino così, se può diventare così imprevedibile -.

– È un bambino con l’ADHD. La sera può fare fatica a tenere l’attenzione e a mantenere l’autocontrollo -.

– Sì, lo so, me lo aveva detto, ma io non sono uno psicologo. Magari se gli facesse prendere il medicamento anche la sera…-

“Il medicamento la sera? Come se fosse caramella o una camomilla? È solo un piccolo aiuto che serve per sostenere il bambino nel suo duro lavoro per imparare a gestire meglio i suoi disturbi. Una stampella affinché arrivi un giorno a camminare senza…

– Ho capito, grazie. Non verrà più, non si preoccupi, troverà un altro allenatore, un altro sport, ne abbiamo già trovato uno dove si trova bene. Farà solo quello. Grazie. -.

La felicità provata fino a qualche attimo fa svanisce in un colpo. Riaffiorano le preoccupazioni. Ancora una volta mi ritrovo di fronte ad un muro, alto e insormontabile.

– Vieni – dico a Spartaco, – adiamo a casa, dobbiamo parlare -.

“La lotta non è ancora finita, Spartaco” penso, cercando dentro di me le giuste parole per spiegargli quanto accaduto, “ma tu ce la farai, ne sono certa! Ce la faremo e abbatteremo altri muri”.

(D. T., mamma di Spartaco, nome di fantasia)

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Mio figlio non è troppo vivace, mio figlio ha l’adhd

– Buongiorno signora, sono contenta di vederla. Speravo proprio di poterle parlare – attacca l’educatrice del nido appena mi vede – vede oggi Dante è più irrequieto del solito. Abbiamo dovuto adattare le attività del gruppo a lui.

– Oh -.

– Era previsto un lavoretto con colla e fogli colorati che non siamo riuscite a fare. Dante dopo cinque minuti smetteva, si alzava e iniziava a correre in giro. Non stava mai fermo e seduto al suo posto -.

– E che tipo di attività avete svolto? –

– Abbiamo giocato a cane e lupo… Vede il problema è che non si può modificare la pianificazione delle attività in funzione di suo figlio. Non si può solo correre. I bambini al nido devono poter svolgere anche delle attività pittoriche -.

– Capisco, il fatto è che il bambino non riesce a stare a lungo su un’attività tranquilla come il disegno, non c’è un’alternativa? –

– Io ho pensato di chiederle di lasciare suo figlio almeno un giorno in più al nido, così gli insegniamo le regole. Magari avendo più regole…

“Avendo più regole? Che cosa intende dire l’educatrice? Pensa forse che io non dia abbastanza limiti e regole a mio figlio?”

– Mio figlio ha regole e limiti, ma comunque non riesce a svolgere dei lavoretti al tavolino per più di cinque minuti… –

– Beh signora, lei a casa lo faccia disegnare tutti i giorni stando seduto al tavolino per dieci minuti e lo faccia rimanere un giorno in più al nido. È l’unica soluzione, altrimenti non posso più tenerlo e dovrà cambiare asilo nido -.

– Capisco, faremo come consiglia, non ho altra scelta -.

Questo è avvenuto quando Dante aveva tre anni. Questo è però solo uno dei tanti colloqui avuti con educatrici, mamme e perfino la mia stessa famiglia. Ogni volta la stessa cosa: il bambino è TROPPO: troppo vivace, troppo distratto, non adatto. “Con una migliore educazione, se gli togli gli zuccheri, fagli fare yoga, devi raddrizzarlo, quando una pianta cresce storta, rimane storta, fa apposta, è un furbetto” ognuno pensa di avere la soluzione giusta, il consiglio giusto, l’opinione giusta. Il bambino non è troppo vivace né fa apposta, non gli basta un po’ di yoga o togliergli gli zuccheri. Ha un disturbo, l’ADHD, è un bambino non controlla bene gli impulsi e non regola la sua attenzione. Questo accade quando si ha l’ADHD, non passa come una malattia… e io non sono una mamma che non sa educare suo figlio. Sono una mamma che lo segue e che quasi tutti i giorni lo porta dalla psicomotricista o dalla psicologa. Ora Dante ha sette anni e dopo tre anni e mezzo di terapie i risultati già si vedono, ma chiaramente resta un bambino che fa fatica a star fermo e che si distrae in continuazione.

(P., mamma di Dante, nome fittizio)

 

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